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Caravaggio, genio omicida

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Caravaggio, Riposo durante la fuga in Egitto, 1595-96, Galleria Doria Pamphilj, Roma.

Se Michelangelo Merisi, noto ai più come Caravaggio, fosse vissuto nella nostra epoca, salterebbe agli onori della cronaca a ogni piè sospinto, imponendosi come uno di quei geni maledetti tanto osannati, un’assoluta star mediatica. Ciò che ameremmo di lui non sarebbe l’indiscusso talento (egli di fatto è uno dei pittori più influenti della storia dell’arte di tutti i tempi, maestro mai eguagliato della luce in tutta la sua potenzialità), ma la sua biografia costruita sugli eccessi e sulla sregolatezza.

caravaggio-ritratto-Portrait of Renaissance master, Michelangelo Merisi da Caravaggio, by Ottavio Leoni, circa 1621-cult-stories

Ottavio Leoni, Caravaggio, 1621 ca., Biblioteca Marucelliana, Firenze.

Immaginatevi un giovane dall’immenso talento, proveniente da una famiglia borghese fautrice della sua istruzione e dei suoi viaggi nei maggiori centri artistici italiani, con una forte personalità ed un’altrettanta propensione per i guai; insomma, un adorabile animo inquieto, a cui si aggiunge una morte prematura e misteriosa, così come cliché vuole.
Ai capolavori Caravaggio alternava risse e violenze di ogni genere, eclatanti al pari delle sue opere. Lo sapeva bene un povero garzone di taverna, che un giorno dovette affrontare la furia del pittore perché osò dirgli, una volta portatigli dei carciofi cotti, alcuni nel burro altri nell’olio, di odorarli da sé per capire quali fossero di un modo e quali dell’altro. Ne conseguì un lancio del piatto proprio in faccia al disgraziato inserviente, col risultato di una ferita alla guancia. Così, nelle città in cui visse Merisi, in particolare Milano e Roma, era ormai risaputo che, per non avere guai, bisognasse stare alla larga da quell’eccentrico personaggio che passeggiava di notte, magari un po’ avvinazzato, per le strade urbane armato di spada e pugnale.

Ad arricchire i memoriali del Caravaggio non erano tanto i rapporti con le donne, quanto quelli con le forze dell’ordine: entrò ed uscì di galera così spesso e per i motivi più disparati, che viene naturale chiedersi quando avesse il tempo di dipingere con così tanta maestria opere come ‘Riposo durante la fuga d’Egitto ‘ o ‘Cena in Emmaus ‘. Com’è logico, egli si circondò di pochi amici, ma di moltissimi nemici. Non era ad esempio un artista da ‘fair play’: dalla diffamazione all’assoldamento di un sicario per sfregiare i concorrenti, era un individuo che, usando un eufemismo, non prendeva con filosofia le sconfitte professionali.
Tuttavia, queste non erano le pagine più buie della sua breve ma (è il caso di dirlo) intensa vita: l’omicidio di Ranuccio Tomassoni da Terni, datato 28 maggio 1606,  è ormai cosa tristemente nota, sebbene a quanto pare non fosse l’unico peccato di cui si è macchiato l’esuberante Caravaggio. Alcuni biografi dell’artista affermano infatti che fra il 1590 e il ’92 l’appena ventenne Michelangelo uccise un “compagno di giochi” e che per questo motivo, ripudiato dalla famiglia, dovette scappare prima a Venezia e poi a Roma, dove produsse i suoi capolavori più importanti.

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Caravaggio, Suonatore di liuto, 1595-’96, Museo dell’Ermitage, San Pietroburgo.

Tornando al caso Tomassoni, che valse all’artista una condanna per decapitazione, la quale poteva essere inflitta da chiunque lo riconoscesse per strada, è tutt’oggi avvolto nel mistero. Le più svariate congetture (economiche, politiche e passionali) si susseguono, ma ciò che è chiaro è che il fattaccio fu una conseguenza di un fallo al gioco della pallacorda (un’antica versione del tennis), che fece riemergere fra i due sfidanti il profondo e reciproco astio, tanto da indurre un contrariato Caravaggio ad avvicinarsi all’avversario brandendo la spada e, con fare istigatore, colpire i genitali dell’altro, provocandone la morte per dissanguamento. Secondo Giovanni Baglione, a suo dire testimone oculare dell’accaduto, «Michelagnolo gli tirò una punta, e nel pesce della coscia feritolo, il diede a morte». La beffa si tramutò in tragedia, la punta della spada recise un’arteria e per il povero Ranuccio non ci fu più niente da fare. Per il Merisi invece, l’unica alternativa era fuggire via lontano, ormai nessuno dei suoi protettori poteva far più nulla per rimediare ai suoi pasticci, se non aiutarlo nella fuga.
Si dà il caso infatti che Tomassoni fosse un esponente di una potente famiglia filo-spagnola molto vicina al Papa. Grazie al principe Filippo I Colonna, Caravaggio scappò dalla città eterna, per andare a scovare altri guai, che con ogni probabilità lo condussero moribondo sulla spiaggia di Porto d’Ercole, la stessa che divenne il sepolcro dei suoi resti umani.

(A.C.)

Curiosità:
I biografi del celebre pittore sono concordi nel dire che l’episodio dell’omicidio di Tomassoni provocò in Caravaggio un profondo stato di malessere psichico, come si evince anche dalla sua produzione artistica: l’ossessione per la condanna alla decapitazione si sussegue in molti quadri, i cui protagonisti con la testa decapitata presentano le fattezze dello stesso Merisi.

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Caravaggio, Giuditta e Oloferne, 1599, Galleria nazionale di arte antica, Palazzo Barberini, Roma.

 

scritto da:

Annachiara Chezzi

Laureata in Scienze della Comunicazione e specializzata in Gestione delle Attività Turistiche e Culturali, è creatrice ed articolista di Cult Stories. La sua innata curiosità la spinge a non accontentarsi di nuotare in superficie e a voler approfondire gli argomenti che tratta.

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