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Edith Piaf, un miracolo per l’uccellino di Parigi

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Edith Piaf ritratta da Jean Gabriel Séruzier (1940)

Quella della fragile ma determinata Edith Piaf, una delle voci più straordinarie del panorama musicale di tutti i tempi, non fu una vita semplice. Nemmeno il meritato successo alleviò una condizione interiore provata da anni di sofferenze fisiche e affettive, e culminata con una morte prematura, all’età di soli 47 anni. Ma quella che vi racconteremo è una storia a lieto fine, alla stregua di un racconto dickensiano.

La leggenda narra che Edith Giovanna Gassion nacque sul marciapiede di Rue de Belleville, in quella che allora era la capitale assoluta delle arti e della cultura, patria di illustri artisti e presunti tali, la Parigi dei primi del ‘900, teatro della tragica storia d’amore tra Amedeo e Jeanne Modigliani. Una città in cui convivevano sfarzo e miseria, eccesso e degrado. I genitori della futura ‘chanteuse realiste ’ erano artisti, lui un circense, lei una cantante da postriboli e fiere di paese, costretti a vivere per strada: si dice dovettero rivolgersi ad un poliziotto che passava nelle vicinanze per aiutarli a mettere al mondo la loro bambina.

Subito dopo la nascita di Edith, lo spettro della Prima Guerra Mondiale piombò sulla sua vita, costringendo il padre Louis ad arruolarsi nell’esercito francese; la piccola crebbe con la madre, un’alcolizzata che occasionalmente vendeva il proprio corpo per guadagnare un tozzo di pane, e un’ancor meno interessata nonna materna, che dimenticava addirittura di lavarla e nutrirla. Fu così affidata alle cure della nonna paterna, Maman Tine, tenutaria di un bordello a Bernay, un paesino della Normandia, e delle sue sottoposte. Edith crebbe perciò fra le prostitute, che la adottarono e amarono come fosse la loro figlia.

All’età di cinque anni, la bambina fu colpita da una grave forma di cheratite, che gradualmente la fece diventare cieca. Si narra che le prostitute preferirono chiudere il bordello per un giorno intero, piuttosto che continuare a lavorare e guadagnare, per poter pregare la Madonna affinché restituisse la vista a quella creatura così piccola, ma già fortemente provata nel corpo e nell’anima. Ritenendolo ancora poco sufficiente, le donne fecero una colletta per accompagnare Edith in pellegrinaggio al santuario di Santa Teresa di Lisieux: quello che successe dopo nessuno potrà mai spiegarlo con certezza, ma gli occhi della futura stella della musica tornarono a vedere.

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La chanteuse realiste in una foto di Jean-Philippe Charbonnier (1962)

Questa fu una delle poche parentesi felici della vita di Edith Piaf, Edith l’uccellino, così come il suo nome d’arte suggerisce nello slang parigino: piccola ed emaciata, ma dal temperamento determinato ed insolente di chi ha conosciuto la miseria, il lutto e le ristrettezze al punto da godere pienamente di ogni frammento di vita, anche il più tormentato, con tutta sé stessa, senza risparmiarsi mai. E la sua voce, sfaccettata e caleidoscopica, ora dolce come un cinguettio, ora aggressiva come un ruggito, non è che l’immortale testamento di chi ha cantato sogni e desideri di un popolo, quello francese, che non smette, nonostante tutto, di sperare in una ‘vie en rose ’.

(A.C.)

‘La vie en rose’, la canzone simbolo della cultura francese, nonché uno dei brani più reinterpretati della storia della musica.

 

 

scritto da:

Annachiara Chezzi

Laureata in Scienze della Comunicazione e specializzata in Gestione delle Attività Turistiche e Culturali, è creatrice ed articolista di Cult Stories. La sua innata curiosità la spinge a non accontentarsi di nuotare in superficie e a voler approfondire gli argomenti che tratta.

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