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La Gioconda, il bottino più ambito

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Da secoli ormai rappresenta nel mondo la grazia femminile italiana: la Gioconda è senza dubbio il ritratto più famoso della storia.

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Fra le teorie più curiose degli storici dell’arte, vi è quella per cui la Monna Lisa sia in realtà lo stesso Leonardo Da Vinci, ma con connotazioni femminili.

da leggere ascoltando: Ivan Graziani, ‘Monna Lisa’

E’ la più importante e desiderata fra le dame della storia dell’arte; nessuna ne mai ha eguagliato la reputazione e i racconti sulla sua identità vera o presunta si sprecano: alcuni critici affermano si tratti addirittura di un autoritratto del suo stesso autore, ma con connotati femminili. Quale che sia la verità su colei che ne ha ispirato il soggetto, c’è di innegabile che la Monna Lisa, l’opera fra le più famose di Leonardo Da Vinci, sia la donna italiana più conosciuta al mondo, l’italianità fatta dipinto. E, a quanto pare, anche dei più ambiti.

Sembra impossibile, ma c’è stato un tempo in cui appropriarsene indebitamente non era poi così difficile. Questo tempo risale ai primi anni del ‘900, più precisamente la notte fra il 20 e il 21 agosto 1911. L’autore del furto, protagonista di questa cultstory, non era un professionista, ma a volte ciò che conta davvero per portare a termine una vittoria è combattere per uno scopo. Nel caso del nostro uomo, l’obiettivo era quello di restituire al popolo italiano un’opera secondo lui ingiustamente trafugata ai tempi delle spoliazioni napoleoniche (teoria infondata, poiché fu lo stesso Leonardo a cederla al re francese Francesco I di Valois).

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Foto segnaletica dell’imbianchino italiano Vincenzo Peruggia, autore del furto più clamoroso dell’arte.

A compiere l’ardito gesto fu un imbianchino italiano, tale Vincenzo Peruggia, che aveva lavorato al Louvre proprio per la sistemazione della teca del dipinto in questione. Sebbene non si potesse definire una persona scaltra, soprattutto per un gesto simile, Peruggia riuscì indisturbato nel suo intento, al punto da uscire dal museo con il ritratto sotto il cappotto dopo avervi trascorso un’intera notte, e facendosi persino aiutare da un inconsapevole complice. Ritornato nella sua umile pensione parigina, Peuggia trasferì l’opera in una valigia di cartone per poi nasconderla sotto il letto, dove vi rimase per ben 28 mesi. La perdita della Gioconda fu per la Francia uno scandalo irrimediabile dal punto di vista della notorietà e della sicurezza del Louvre, fiore all’occhiello della cultura francese. Curiosamente, la polizia e gli investigatori, che brancolavano nel buio più totale in un clima di notevole pressione mediatica, perquisirono l’alloggio di Peruggia, così come avevano fatto per tutto il personale del museo, senza però riuscire a trovare il maltolto.

La verità venne a galla solo nel 1913, quando l’imbianchino tornò in Italia e cercò di vendere il capolavoro di Da Vinci per 500 mila lire. Il ricettatore in questione, l’antiquario Alfredo Geri, insospettito dalla missiva recapitatagli (nella quale si leggeva ‘Il quadro è nelle mie mani, appartiene all’Italia perché Leonardo è italiano ‘ e firmata con il nome dello stesso artista fiorentino), dopo aver constatato l’autenticità del ritratto, denunciò il ladro. Peruggia fu quindi processato e imprigionato, scontando in carcere poco più di sette mesi. Nel frattempo, il clamore suscitato da questo episodio diede alla Monna Lisa una notorietà senza precedenti, poiché fino ad allora era appartenuta ad un retaggio culturale considerato ‘alto’; ma, cosa ben più curiosa, si sviluppò in Italia un sentimento popolare patriottico definito ‘peruggismo ‘.
Prima di essere restituita al Louvre, la Gioconda fece un tour celebrativo prima a Firenze e poi a Roma; infine a Parigi, dove fu accolta come una regina, la regina italiana del popolo francese.

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Prima pagina di un quotidiano francese che annuncia il furto della Gioconda, datato 22 agosto 1911.

 

Curiosità:

– Sembra che proprio il giorno prima del furto dell’opera di Da Vinci, il sovrintendente alle Belle Arti, in procinto di partire per le ferie, abbia detto ai suoi sottoposti ‘non chiamatemi a meno che il Louvre non prenda fuoco o la Gioconda venga rubata ‘.

– Durante le indagini, fu accusato della rapina il poeta simbolista Guillaume Apollinaire, ‘reo’ di aver provocatoriamente dichiarato che era necessario, a fini di una rigenerazione dell’arte, distruggere tutte le opere classiche; in realtà l’accusa fu mossa dal suo amante Honoré Géri Pieret, evidentemente spinto da amor proprio ferito. A sua volta, Apollinaire incolpò del furto un giovane artista spagnolo, Pablo Picasso, venuto da poco nella capitale francese in cerca di fortuna, che però riuscì a divincolarsi dalle accuse dichiarando di non aver mai avuto a che fare né con il poeta né con l’ambiente della ricettazione parigina. Secondo alcune fonti tuttavia, la denuncia nei confronti dei due artisti aveva un fondamento di verità, poiché i loro nomi erano legati al commercio illegale di alcune statuette antiche rubate proprio al Louvre.

(A.C.)

scritto da:

Annachiara Chezzi

Laureata in Scienze della Comunicazione e specializzata in Gestione delle Attività Turistiche e Culturali, è creatrice ed articolista di Cult Stories. La sua innata curiosità la spinge a non accontentarsi di nuotare in superficie e a voler approfondire gli argomenti che tratta.

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