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Tre colpi di pistola per Andy Warhol

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Di origini slave, Andrew Warhola Jr., in arte Andy Warhol, è stato il padre indiscusso della Pop Art.

da leggere ascoltando: David Bowie, ‘Candidate’.

Per i newyorkesi Andy Warhol è stato una sorta di capo spirituale, il cui verbo era legge sulle tendenze e le correnti artistiche della Grande Mela e dintorni. La sua fama non conobbe declino per almeno un ventennio, dagli anni ’60 fino al giorno della sua morte, avvenuta il 22 febbraio 1987. Come un capo spirituale, egli era infatti circondato da accoliti speranzosi di emularne la celebrità, e da bellissime damigelle che, fra una passerella ed un set fotografico, allietavano le sue leggendarie feste. Il tempio di questi pellegrinaggi era la Factory, luogo cult al pari del suo creatore, palcoscenico di avvenimenti più o meno censurabili. Tuttavia, l’adorazione che circondava l’eccentrico Warhol era così viziata dai fumi di droghe e sogni di gloria, da sfociare a volte in gesti estremi, come quello che stiamo per raccontarvi.

Nata il 9 aprile 1936 in una cittadina del New Jersey, Valerie Solanas non ebbe un’infanzia facile: vittima di abusi da parte del padre e del nonno, ignorata da una madre poco incline alla comprensione, si ritrovò a vivere per strada già all’età di 15 anni. Compagni di scuola ed amici la ricordano come una persona violenta ed introversa, una personalità sopra le righe. Conseguì la laurea in Psicologia presso l’Università del Maryland e, dopo un anno, mise alla luce un bambino, David. Ma gli alti e bassi, per una come lei, erano all’ordine del giorno, così si ritrovò a vagabondare per lo Stato mantenendosi con le elemosine ed il sesso a pagamento. In questo periodo la Solanas diede ordine ai suoi pensieri, scrivendo ed autoproducendo lo SCUM Manifesto, che prendeva di mira la cultura imperante, fortemente machista e sessista. Venduto per strada per pochi cents, il testo, datato 1968, è diventato un simbolo della letteratura alternativa americana, sia per i temi trattati, che per il linguaggio utilizzato, feroce e sessualmente esplicito. A questo proposito, si dice che l’acronimo abbia il significato di ‘Society for Cutting Up Men ‘ (Società per l’eliminazione dell’uomo), tuttavia smentito dalla stessa autrice, poiché il fulcro del manifesto non è l’attacco alla società patriarcale, ma alle donne sottomesse, gli ‘angeli del focolare’, che la Solanas tanto detestava.

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Valerie Solanas, controversa esponente del femminismo americano più radicale.

L’incontro con Andy Warhol avvenne nel 1967, quando Valerie gli consegnò una sua opera, ‘Up your ass ‘, che narrava di una prostituta e di un vagabondo, affinché se ne traesse un dramma. Inizialmente incuriosito dal titolo, il padre della Pop Art scartò poi il progetto, ma la Solanas non si diede mai per vinta e, convincendosi che lui volesse rubarle l’idea, cominciò ad assillarlo ai limiti del pedinamento.

Per tenerla a bada, Warhol le diede una piccola parte nel film ‘I, a man‘ (1968), ma questo non bastò ad alimentare l’ossessione della donna, sempre più morbosa e violenta, nei confronti dell’artista. Dai pensieri ai fatti, il passo fu breve: il 3 giugno 1968 Valerie Solanas era fuori dalla Factory in attesa del suo compagno, il critico d’arte Mario Amaya, e dello stesso Warhol. Quando i due, in compagnia del manager di quest’ultimo, Fred Hughes, arrivarono a destinazione, la donna non esitò a far fuoco con la sua pistola, infierendo fino al momento in cui l’arma non si inceppò, per poi fuggire subito dopo. Amaya riportò ferite lievi, ma Warhol, colpito per ben tre volte, fu portato in ospedale in fin di vita. Gli furono applicati diversi massaggi cardiaci affinché il cuore riprendesse a battere, ma, nonostante il lieto fine, quest’evento gli procurò effetti postumi permanenti, fisici e psicologici.

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Le conseguenze dell’attentato alla vita di Warhol da parte di Valerie Solanas, qui ritratte da Richard Avedon.

La Solanas si costituì alla polizia quella stessa sera e fu condannata per tentato omicidio e altri reati minori. Le fu diagnosticata una schizofrenia paranoide potenzialmente pericolosa, che le valse una condanna a soli 3 anni di detenzione, agevolata anche dal rifiuto di Warhol di testimoniare a suo discapito. Fuori dal carcere, la donna continuò con i suoi atti persecutori nei confronti dell’artista, il quale cominciò a nutrire per lei un vero e proprio terrore. Valerie venne nuovamente arrestata e, negli anni successivi, consumò la sua vita entrando ed uscendo dagli ospedali psichiatrici. Morì a soli 52 di enfisema polmonare.

Prima di cadere nell’oblio mediatico, la figura di Valerie Solanas fu al centro di un dibattito fra le sue sostenitrici (che la definirono ‘la più grande difenditrice dei diritti delle donne ‘) e la cultura mainstream, che le affibbiò la maschera della lesbica pazza ed omofobica. Di sicuro la Solanas rimarrà a pieno titolo negli annali della storia femminista, in quanto autrice di uno dei testi più controversi e politicamente scorretti del secolo scorso.

(A.C.)

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Andy Warhol nella sua Factory, tempio indiscusso della cultura newyorkese.

 

 

scritto da:

Annachiara Chezzi

Laureata in Scienze della Comunicazione e specializzata in Gestione delle Attività Turistiche e Culturali, è creatrice ed articolista di Cult Stories. La sua innata curiosità la spinge a non accontentarsi di nuotare in superficie e a voler approfondire gli argomenti che tratta.

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