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Una sentenza di morte tatuata sulla pelle

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Nicolai Lilin racconta nei suoi romanzi le storie dei ‘criminali onesti’ fra i quali è cresciuto. Ha esportato in Italia la tradizione dei tatuaggi siberiani, tipici di queste comunità di fuorilegge

La storia dei tatuaggi è tutt’altro che lineare, ma estremamente affascinante. Ogni popolazione del mondo, nel susseguirsi delle diverse epoche storiche, ha conferito loro un preciso valore: in alcuni casi portarli significava prestigio sociale, in altri si ‘marchiavano’ coloro dai quali stare lontani, rei di chissà quale colpa.

I tatuaggi dunque, possono essere un mezzo di espressione di sé in piena regola, il cui significato qualche volta sfugge allo stesso proprietario. In questo caso non si fa riferimento a segni che si imprimono sulla pelle solo per il loro aspetto artistico, ma dal contenuto sconosciuto (magari totalmente sconveniente o fuori luogo). La nostra cultstory infatti, ha per oggetto i tatuaggi nascosti anche ai loro stessi detentori, che, nella peggiore delle ipotesi, stabiliscono una lapidaria sentenza di morte.

È quanto succede nella fredda Siberia, all’interno delle comunità dei criminali onesti, veri e propri clan che definiscono le regole dei loro quartieri a colpi di pistola e picche (i coltelli tipici della tradizione russa). La particolarità dei fuorilegge sovietici risiede nella loro pelle, sulla quale, consumati dal tempo e dalle cicatrici, spuntano tatuaggi dai forti contenuti simbolici, una via di mezzo fra il sacro e il profano, ma lungi dall’essere blasfemi: non è raro infatti, che una madonna dallo sguardo arcigno impugni una pistola, o una colomba bianca porti nella zampa una freccia insanguinata.

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La madonna è fra i soggetti tipici dei tatuaggi, o ‘marchi’, siberiani.

Per questi uomini i tatuaggi, o marchi, usando il loro gergo, sono una sorta di autobiografia grafica, poiché descrivono in maniera univoca le esperienze vissute: gli anni di galera scontati, gli omicidi compiuti, i fratelli perduti. Non è un caso, infatti, che le riunioni fra i maggiori esponenti di questi clan avvengano nelle saune, luoghi nei quali si è totalmente nudi di fronte al resto del gruppo, libero di ‘leggere’ la vita altrui e scoprirne il passato. Per questo motivo, il membro più autorevole è il kol’šik, ossia il tatuatore, l’unico in grado di decifrare i segni sulla pelle e di decidere se potersi fidare o meno della persona che ha di fronte. Egli è per tradizione una sorta di confessore a cui ogni criminale della comunità racconta le proprie esperienze, ed è l’unico ad essere a conoscenza di situazioni ambigue e potenzialmente pericolose. Per questo motivo, decide di segnarle segretamente sulla pelle dell’ignaro confessato, in modo da non lasciarlo impunito.

Pur distanti km o totalmente estranei l’uno all’altro, i tatuatori siberiani hanno pertanto un loro codice che gli altri criminali ignorano quasi del tutto. Così, affianco ad un teschio con la corona o ad una chiesa ortodossa, essi nascondono impercettibili segni in modo da comunicare alle altre comunità la buona o cattiva fede del singolo criminale, soprattutto se ‘in trasferta’ presso un altro quartiere o città, per impedirne l’ingresso nella propria cosca qualora si nutrano dei dubbi sul suo conto. Non è raro infatti, che le singole ‘cellule’ sparse lungo il territorio russo inviino o accolgano esponenti di altri clan per risolvere le loro questioni interne.
Quando un kol’šik trova dinanzi a sé un fuorilegge ‘marchiato’, comunica ciò che legge sulla sua pelle agli altri criminali i quali, per evitare che l’onta del tradimento macchi la sacralità della tradizione siberiana, senza troppe cerimonie, decidono di ucciderlo.

A.C.

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Nei tatuaggi siberiani l’iconografia sacra si mescola al profano per descrivere la vita stessa dei criminali che li portano sulla propria pelle.

scritto da:

Annachiara Chezzi

Laureata in Scienze della Comunicazione e specializzata in Gestione delle Attività Turistiche e Culturali, è creatrice ed articolista di Cult Stories. La sua innata curiosità la spinge a non accontentarsi di nuotare in superficie e a voler approfondire gli argomenti che tratta.

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